LAR-Gallery
Sembra che il concetto di "caricatura" sia comparso per la prima volta nelle Diverse figure di A. Mosini (Bologna 1646). L'autore, parlando delle teste dei Carracci, le definisce "ritrattini carichi". Il medico Thomas Brown, nell sua opera postuma Morale Cristiana (1682), usa il termine caricatura in italiano. Il neologismo venne poi adottato anche in Inghilterra e lo si ritenne derivato dall'italiano "caricare" inteso come "esagerare". Un disegno, quindi che carica, cioè accentua, i difetti del soggetto rappresentato.
Questo settore del sito è dedicato alla memoria di Raffaele Bozzi,
toscano verace, acido nella battuta e ruvido nei modi,
grande studioso e collezionista di riviste satiriche,
amante dell'arte contemporanea e mecenate di giovani talenti,
cultore di scienze anomale,
e soprattutto amico.
La satira (dal latino satura lanx, nome di una pietanza mista e colorata) è una forma libera e assoluta del teatro, un genere della letteratura e di altre arti caratterizzato dall'attenzione critica alla politica e alla società, mostrandone le contraddizioni e promuovendo il cambiamento.
Questa è la definizione accademica di satira, così come la riporta "perfino" Wikipedia. Nulla da dire, la definizione nobilita non poco l'origine della satira, facendola risalire a Omero e al suo (presunto) poema Margite, passando poi per Aristofane e tutti gli scrittori satirici. La si fa pure rientrare, in questo modo, nella grande letteratura, con diritto di accesso al salotto buono della cultura, pane per i denti dei colti, argomento raffinato, sia pure al prezzo di renderla inevitabilmente noiosa.
Per sua natura, la satira è creazione di spiriti liberi e audaci, e nelle definizioni ci sta stretta, nei salotti buoni della cultura soffre di asfissia, negli intenti moralisteggianti non si riconosce poi più di tanto.
La definizione in realtà trascura le "altre arti", che pure cita, dimenticando il fatto che l'uomo ha imparato prima a disegnare che a scrivere. E fin dalle origini ha mostrato una certa tendenza a deformare, stilizzare, o "caricare", quel che rappresentava. Anche se il termine "caricatura" è molo più tardo del termine latino satira, tuttavia le sue origini sono più antiche di quelle della satira letteraria. Ai tempi di Aristofane esistevano già disegnatori satirici piuttosto temuti. Aristotele, nella Poetica, parla di artisti che tendono a "rappresentare gli uomini peggiori di quanto non siano", li chiama realisti, e cita come esempio un tal Pausone, contemporaneo di quel Polignoto che secondo gli antichi avebbe inventato la pittura. In fondo, è una cosa tipica della cultura greca: da un lato l'inventore del bello assoluto in pittura, dall'altro il cultore del brutto e del grottesco. E, a proposito di eventuali intenti morali e della volontà di migliorare e correggere la società, Aristotele sconsiglia di far vedere le opere di Pausone ai giovani. Doveva essere molto temuto, il caricaturista antico, se perfino Aristofane lo attacca ripetutamente nelle sue commedie.
Oggi è alquanto difficile ignorare il ruolo delle arti visive in ciò che chiamiamo satira. Per la maggior parte delle persone, il concetto di satira è associato più a una vignetta dalla battuta fulminante che a Aristofane o Dickens. Pure nelle arti visive la satira vanta grandi nomi, pittori da Louvre e Uffizi e scultori che non hanno esitato a decorare frontoni, capitelli e guglie con bassorilievi caustici e perfino boccacceschi (destando a suo tempo l'ira di San Bernardo). Tuttavia, negli ultimi due secoli, la storia della satira è legata in particolare al proliferare di un enorme numero di periodici, giornali e riviste, dove si è espressa soprattutto per tavole e vignette. Certo, la vignetta non avrà mai, probabilmente, una collocazione nella grande Arte, dove trovano posto invece tanti scrittori satirici. Difficile pensare Altan o Vincino accanto a Leonardo. Tuttavia, proprio la maggior "fruibilità" popolare, l'immediatezza dell'immagine, la capacità di certi talentuosi disegnatori di riassumere in un solo disegno concetti complessi, fanno sì che la componente più corrosiva della satira sia proprio questa. Legata inesorabilmente all'immediatezza, senza pretese di universalità (a meno che non sia la Storia, poi, a far sì che il bersaglio della satira diventi simbolo universale di qualcosa, come nel caso delle feroci vignette su Hitler, Mussolini e Napoleone), è spesso superata dai tempi, perde efficacia col perdere di attualità. Immagini che attaccavano questo o quel potente e che dovevano fare molto ridere quando furono pubblicate, oggi ci costringono spesso a fare lo sforzo di capire contro chi e cosa fossero rivolte. Ma questa "satira del quotidiano", nel momento in cui viene pubblicata, ha effetti devastanti, scatena reazioni furibonde. Il motivo è comprensibile. Gli attacchi ai costumi e al malcostume, ai sistemi e agli abusi di potere appartengono al repertorio di tutta la letteratura e l'iconografia satirica. Ma nella grande Arte diventano alla lunga simbolo, espressione di un principio ideale "condivisibile" e accettato perfino da quei sistemi che dovrebbero sentirsi minacciati. Chi, oggi, censura Aristofane? Nella satira "quotidiana", invece, nella tavola, nella striscia di giornale, quei vizi, quegli abusi, quei sistemi hanno l'aspetto riconoscibile, se pur grottesco, di qualcuno in particolare.
Che non raramente si incavola di brutto...
|
IL TRAVASO DELLE IDEE |
Quel giornal col nom che se capiss nagott |
LE DON QUICHOTTE |
|
L'ECLIPSE |
IL MALE |




